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“ Desideroso di piacere solo a Dio” (Gregorio M., II° Dialoghi 1)
Date e fonti storiche La tradizione storica ha collocato l'esistenza di S. Benedetto fra il 480 e il 547 circa, ma studi critici più recenti tendono a spostare le date in avanti di una ventina d'anni e più. Si arriverebbe così molto più vicini all'unico biografo che ci ha fornito notizie sul nostro Santo, una personalità eccezionale anche questa, com'è San Gregorio Magno, che dedica l'intero II° libro dei Dialoghi (d'ora innanzi citeremo: II D) al Patriarca dei Monaci occidentali. Il grande Papa non ne ha avuto conoscenza personale, però cita e nomina più volte come sua fonte un gruppo di discepoli immediati, di cui qualcuno ancora vivente.
Il limite sta nel fatto che S. Gregorio non scrive una biografia secondo i criteri e le esigenze storiografiche moderne, indulge troppo, seguendo i gusti del tempo e le esigenze di una catechesi facile e concreta per i popoli nuovi, all'elemento miracoloso nella vita del Santo, mira soprattutto all'edificazione, e ha una sua dottrina spirituale da esporre che vuole illustrare con certi fatti; forse anche di fronte alle grandi figure monastiche dell'Oriente (Antonio, Pacomio, Basilio) o delle Gallie (S. Martino di Tours per es., già molto popolare grazie alla Vita scritta da Sulpicio Severo), vuol dimostrare che l'Italia ha il suo eroe, alla pari degli altri.
Così pure nessuno finora ha avanzato ragioni serie, corredate da prove, per dubitare che S. Benedetto sia autore della famosa Regula monachorum (sarà citata con la sigla RB) che la tradizione posteriore gli ha attribuito e che San Gregorio elogia per primo conferendole così, oltre ai meriti intrinseci propri, l'avallo della sua autorità indiscussa per i secoli seguenti.
Di nuovo invece c'è che gli studi approfonditi degli ultimi decenni hanno messo in più chiara evidenza tutte le fonti da cui dipende la RB, e specialmente il suo modello immediato - com'è ammesso quasi universalmente oggi -, la enigmatica Regula Magistri, un testo tre volte più esteso di quello benedettino, scritto poco prima da ignoto e probabilmente nell'ambiente stesso dove visse e operò S. Benedetto (altri ne pongono l'origine nella Gallia meridionale). Ma se questo tende a diventare un dato pacifico, dopo tante polemiche, e se ultimamente è apparso ancora più forte (qualitativamente, se non quantitativamente) l'influsso di S. Agostino e della sua Regola monastica, questo modifica e illumina di altra luce certi aspetti, non distrugge l'immagine di S. Benedetto e della sua Regola, come vedremo.
In una visione globale, si può dire che S. Benedetto non si è proposto minimamente di scrivere un'opera originale a tutti i costi, come dichiara esplicitamente nell'ultimo capitolo. Tenendosi invece agli usi dei tempi, egli attinge dai ricco patrimonio della tradizione precedente (e specialmente dall'ampio materiale che gli offre la Regola Magistri, a quanto sembra) tutto quello che gli pare conveniente per il suo scopo, mentre contemporaneamente egli sa adoperare con tale arte e finezza il criterio del discernimento in ciò che sceglie od omette, modifica e adatta, che la lettura del suo testo affrontato oggi con tutto l'apparato scientifico possibile, rende assai più chiaro e completo il suo pensiero, rivela molto meglio,fino alle sfumature, le sue preferenze e le sue esclusioni, il suo stile inconfondibile, le finalità ultime che si propone.
E' finito quindi il tempo di una certa lettura ingenua della RB (e anche del libro dei Dialoghi), come di un testo spirituale a se stante, quasi senza antecedenti a senza riferimenti a un quadro più ampio in cui si colloca e che ce ne dà spesso la chiave vera d'interpretazione e la misura precisa. Può essere caduta così una certa immagine tradizionale trionfalistica di S. Benedetto, ma nella realtà le ultime scoperte e il confronto rigoroso con le sue fonti più si spinge a fondo, più rivela a distanza ravvicinata, per dir così, una personalità viva e forte, che ha una sua propria esperienza e visione spirituale e a cui non manca nemmeno in molti tratti l'impronta del genio, specialmente là dove è questione di tatto, discrezione, di un mirabile equilibrio e fusione dell'umano e divino (qualità molto lontane, per es., dalle pagine della Regula Magistri, anche nei passi dove il testo benedettino gli è chiaramente debitore).
LE TAPPE DI UNA VITAOriginario di Norcia in Umbria, ma appartenente a quanto pare a una ragguardevole famiglia romana, da giovane lo troviamo dapprima a Roma per il corso di studi. L'Impero Romano era crollato (secondo la data tradizionale del 476) alla vigilia della sua nascita. Le successive invasioni barbariche avevano finito per sommergere tutto e creare il caos nel campo socio-politico, mentre la scuola non sapeva che ripetere i moduli della vecchia cultura classica, rifacendosi alle glorie del passato, incapace di indicare altre vie di uscita.
E' qui che il nostro giovane, molto più maturo spiritualmente dei suoi anni di età, come nota S. Gregorio (II D, 1), si fa critico e contestatore della realtà in cui vive: rifiuta di lasciarsi trascinare come tanti suoi coetanei nel pantano di una società corrotta in piena decadenza, e decide di troncare anche il ciclo degli studi che, se gli apriva la strada per una carriera accettando il gioco comune, in realtà gli appariva come un girare a vuoto che non serviva a costruire né l'uomo né il cristiano.
Si tratta perciò, per dirla con una tipica e profonda espressione gregoriana (ivi), "consapevolmente ignaro e sapientemente spinto» (scienter nescius et sapienter indoctus), con l'ignoranza cioè di chi ha capito troppo bene e con l'incultura di chi non vuol più saperne. Non era però una critica soltanto negativa o una fuga dettata da paura: in realtà S. Gregorio ci fa sapere che egli seguiva un'altra voce misteriosa che gli parlava dentro e lo chiamava per un'altra via, quella della vita monastica. Ancora non sapeva, ma la sua uscita dal mondo come quella di Abramo (a cui allude Gregorio), doveva incidersi nella grande storia religiosa e culturale, e doveva far storia con l'andare del tempo.
La forza e la luce accumulate dentro però, come succede sempre stando alle leggi del Regno di Dio, non dovevano restare un tesoro nascosto. Prima scoperto casualmente da alcuni pastori, poi anche da qualche comunità monastica del vicinato (con la quale fece pure un inutile tentativo di riforma, rischiandoci la vita), il Santo può diventare maestro e guida di altri "cercatori di Dio". Dopo aver costruito se stesso cioè di fronte a Dio, con l'aiuto della grazia e a proprie spese, nella rinunzia assoluta, può aiutare gli altri a ricostruire se stessi, secondo il progetto divino, e può soprattutto diventare costruttore di nuove comunità.
Difatti affluirono presto discepoli da ogni parte, anche da Roma. Fonda in poco tempo fin 12 monasteri nella zona, che organizza e governa attraverso dei collaboratori da lui formati Ma si trattava di un primo abbozzo: l'opera del Santo a Subiaco suscita invidia e persecuzioni (anche di un prete scostumato e invidioso), davanti alle quali egli, mostrando un amore eroico anche verso i nemici, preferisce cedere il campo, e così (siamo nella terza tappa) trasferisce le tende a Montecassino, dove nella piena maturità umana e spirituale, progetta e crea la tipica comunità monastica dei tempi nuovi, quella che passerà alla storia sotto il suo nome e porta indelebile l'impronta del suo genio universale. E' per questa che egli ha scritto, forse in successive redazioni, la sua Regola.
Quando il giovane Benedetto prendeva la decisione di lasciare Roma, gli studi, la famiglia, la carriera, sembrava un transfuga rinunciatario, incapace o pauroso di affrontare la vita. In realtà egli si accingeva a un'impresa molto più ardua ed eroica a cui lo chiamava la Provvidenza: diventare una delle grandi guide spirituali e uno dei costruttori di civiltà per i secoli seguenti.
La tradizione ha collocato l'arrivo di S. Benedetto sulla vetta di Montecassino nel 529, proprio l'anno in cui l'Imperatore Giustiniano decretava la chiusura definitiva della plurisecolare e gloriosa scuola di Atene. Una luce si spegneva, ma si accendeva un nuovo faro, un mondo carico di storia crollava sulle sue rovine, ma, senza che nessuno se ne accorgesse al momento (Benedetto senza dubbio era lungi dal pensarlo), ne nasceva un altro, non senza l'apporto di questo Padre e dei suoi figli, particolarmente delle sue comunità che animate dal suo spirito e plasmate dalla saggezza della sua Regola, dovevano coprire in breve l'Europa medioevale e mostrare alle giovani popolazioni un nuovo modello di vita capace di generare o fecondare una nuova civiltà.
Nella scena finale in cui 5. Gregorio M. ( II D, 37 ) descrive il nostro Santo morente, che si fa condurre in Chiesa, e ricevuto il S. Viatico, sostenuto dai suoi discepoli spira in piedi, con le mani benedicenti alzate in preghiera, si può ben vedere la morte dell'ultimo grande romano, se però lo si scorge non rivolto con nostalgia alle glorie del passato, bensì proteso in avanti verso il mondo nuovo, così come l'aveva visto pochi giorni prima miracolosamente raccolto sotto un solo raggio di luce divina (ivi c. 35).
IL MONASTERO RICOSTRUITO DA S. BENEDETTO«Eccoci dunque a istituire una scuola di servizio del Signore»: è la dichiarazione programmatica che troviamo alla chiusura del Prologo alla grande Regola. Ricco di una propria personale esperienza, come attento e rispettoso della lunga tradizione monastica che l'ha preceduto, S. Benedetto fa attrezzare la sua scuola coi migliori "strumenti dell'arte spirituale"(RB 4).
Quali sono dunque le linee portanti di questo nuovo edificio?
Il monastero: casa di Dio e dell'orazioneIl monastero è prima di tutto il luogo dell'incontro con Dio, dove Dio sta veramente al centro, come punto di partenza e di riferimento per tutto e per tutti, in ogni momento. San Benedetto è stato per primo, e così concepisce l'aspirante che bussa alla porta per entrare nella sua comunità, come uno che "cerca veramente Dio" (RB., 58), anche se più profondamente fa capire che non potrebbe avvenire se Dio non ci avesse cercato per primo nel suo amore gratuito (cfr Prol.). Per questo, l'atteggiamento di base che è richiesto al monaco è quello dell'ascolto, come annuncia solennemente la prima parola della Regola («Ascolta, o figlio»..., Prol.), ma poi esso risuona sotto varie forme in ogni capitolo e sviluppo che mostra di voler trarre il suo insegnamento da una Parola di Dio, e alla fine viene riaffermato come precisa intenzionalità nel capitolo conclusivo (il 73).
Questo spiega perché S. Benedetto concepisce il recinto del monastero, ivi compresa la vita della comunità e del singolo, tutto fasciato di silenzio (RB, 6. 48. 52), di solitudine, di separazione dal mondo, per favorire al massimo questo ascolto intenso e questo colloquio ininterrotto con Dio. Alcune ore del giorno, e tra le più preziose (cfr RB, 48), sono dedicate espressamente alla lectio divina, cioè alla lettura sia personale che comunitaria della Parola di Dio, ma praticamente questa accompagna tutta la giornata del monaco sia in coro, sia in refettorio («Alla mensa dei fratelli non deve mai mancare il nutrimento della lettura », RB, 38), sia durante il lavoro perché
la Parola deve essere poi meditata (o ruminata-assimilata interiormente) da ciascuno, per fiorire poi in preghiera-colloquio personale con Dio, fino alla vetta della contemplazione, se la grazia di Dio trova un'anima attenta e generosa.
La lectio divina però si completa, anzi trova il suo culmine in quello che viene chiamato l' Opus Dei per eccellenza (= Liturgia delle Ore) che scandisce tutto il corso della giornata e della notte si può dire, dove la Parola di Dio non solo viene ascoltata, ma celebrata, cantata ( vedi i Salmi!) in unione col coro dei fratelli, " davanti agli Angeli e in cospetto della Divinità" (RB,19).
In un passato non tanto remoto si era perfino esagerato nel concepire e presentare il monaco benedettino come uno specialista-esteta, più o meno ufficialmente deputato nella Chiesa a uno scopo esclusivo, quello della celebrazione sontuosa della laus perennis con magnifici canti e cerimonie (monachus propter chorum) senza salvare così il debito equilibrio (anche di tempo) con gli altri poli, la lettura appunto, il lavoro, la vita comunitaria. Ciò che è vero è il fatto che San Benedetto nella scala dei valori assegna il primo posto a questo momento corale quando il monaco è impegnato, mente-cuore e voce (cfr PB, 19), a celebrare nella lode "le meraviglie di Dio": «nulla mai sia anteposto all' Opera di Dio"(RB,43).
Ecco dunque un pensiero di fondo in piena armonia del resto con la spiritualità di tutta la Chiesa antica all'epoca dei Padri: non si va o non ci si eleva verso Dio con un metodo spirituale costruito dal basso, frutto dell'ingegno umano. Dio ci ha amato, ha agito, ha parlato per primo: il nostro atteggiamento per conseguenza è bene intonato con la sua iniziativa quando si fa ascolto, adesione, accoglienza del suo messaggio, della sua grazia, del suo amore. Attraverso la meditazione assidua della Parola di Dio, la celebrazione dell'Opus Dei nelle diverse Ore del giorno e nei vari tempi dell'Anno liturgico, il monaco viene introdotto sempre più addentro e si sente parte viva nell'unica storia salvifica, nel grande Mistero di Cristo che sta attuandosi di giorno in giorno in noi, nella Chiesa, nel mondo.
Il culmine e la sintesi di tutto questo si vive nell'Eucaristia, su cui S. Benedetto, come la letteratura coeva, è molto sobrio (non si sentiva allora bisogno di speciali delucidazioni, trattandosi di un dato pacifico e vissuto da tutti), però con un'intuizione teologica profonda non tecnica ma da grande «spirituale», ha colto la radice intima, la parentela strettissima che lega fin dalla sorgente la consacrazione monastica non solo al Battesimo com'era universalmente noto allora (il Prologo stesso, stando alla fonte della Regula Magistri, è per buona parte un sermone battesimale), ma anche e specialmente al Mistero che si celebra sull'altare. San Benedetto infatti vede la donazione totale di sé che il monaco fa nella Professione (col triplice Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum..., cantato davanti all'altare e alla comunità dei fratelli = «piccola Chiesa»), inclusa nell'offerta di Cristo, e per questo perfino la scheda di Professione viene sottoscritta e deposta sulla mensa dell'altare (RB, 58.59).
Non si esce quindi dalla normale esistenza cristiana col carisma monastico, ma ci si radica più in profondità nella realtà battesimale-eucaristica, cioè nel Mistero del Cristo morto e risorto. Ci vorrà il Vaticano II° e il conseguente nuovo «Rito della Professione religiosa», perché la bellezza e la verità dell'intuizione benedettina, specialmente nel legame con la celebrazione eucaristica, venga estesa e raccomandata a tutti i consacrati nella Chiesa: il luogo più appropriato della Professione è l'Eucaristia ( al momento dell'Offertorio, cum oblatione altaris, ivi).
La lectio divina che scava dentro con l'impegno dell'ascolto e della ruminazione personale lungo tutta la giornata, l'Opus Dei che risuona coralmente nell'arco del giorno e dell'Anno liturgico per dispiegare tutte le ricchezze del Mistero di Cristo, l'Eucaristia, sia pure più rara ai tempi di S. Benedetto, ma intrecciata con l'atto stesso di nascita della vita benedettina: ecco l'atmosfera in cui viene immerso il monaco «cercatore di Dio».
Si tratta di una spiritualità eminentemente oggettiva che aderisce al dato insito in tutto lo snodarsi della storia salvifica; cristocentrica, perché Cristo è il perno attorno a cui tutto ruota, a cui «nulla mai si deve anteporre» (RB, 4. 72), di cui «nulla si stima più caro» (ivi, 5), avendolo scelto come Re, guida, maestro, modello supremo in tutto (ivi Prol., 5. 7, ecc ... ). Quando si è entrati decisamente nella sua sequela, Egli muove e rende possibile tutto.
Il monaco allora che ha sempre «gli occhi spalancati verso la luce che viene da Dio e gli orecchi tesi a ogni sua chiamata» (ivi, Prol.), si educa non solo a leggere e interpretare i testi e fatti antichi delle Scritture, ma impara a leggere se stesso, gli avvenimenti della sua vita e della comunità che lo circonda, le vicende della Chiesa e del mondo, «i segni dei tempi» insomma, in questa luce superiore, dal punto di vista di Dio e dei veri interessi del Regno. La lunga familiarità acquisita col pensiero di Dio presente nella sua Parola e nel suo grande disegno di amore che abbraccia ogni evento e ogni persona, fornisce la chiave nuova di lettura di tutta la realtà e questo vuol dire profezia, dono eminente, messo in forte luce da S. Gregorio M. nella vita del santo Patriarca, ma partecipato anche da ogni suo vero discepolo.
E' questa «profezia», quando è autentica, che fa evitare da una parte l’eccessiva sacralizzazione, cioè l'incapacità di rispettare la legittima autonomia del mondo creato, dall'altra preserva dall'erroneo dualismo che contrappone sacro e profano, cielo e terra, Chiesa e mondo, verticalismo e orizzontalismo, per dirla in termini di oggi, come se nel Regno di Dio non fosse tutto compreso e unificato a livello superiore. Non per nulla la tradizione benedettina, che pur si colloca, come tutto il monachesimo, nel grande filone escatologico ( un valore cristiano essenziale che nessuno può disattendere o mettere da parte) è famosa anche per aver stimato, coltivato e salvaguardato tanti beni di questa terra, dall'economia al lavoro, alle arti, alla cultura vecchia e nuova. Segno che ha raggiunto in una superiore sintesi, la giusta armonia ed equilibrio.
Manca un serio impegno ascetico in questa spiritualità «troppo oggettiva»? A parte tante altre esigenze che affioreranno subito, qui possiamo dire che non c'è nulla di più impegnativo e rigoroso, per l'abnegazione e l'oblio di sé, che vivere sempre in umile e silenzioso ascolto della Parola di Dio, aprirsi sino in fondo per accogliere e aderire totalmente al dono di Dio infinitamente più grande di noi, uscire da noi stessi per guardare a Lui e lodare Lui, pronti a convertirci ogni momento, passando dai nostri criteri e valutazioni personali alle sue vedute e disposizioni, dove si trova la vera sapienza e il nostro vero bene.
La comunità dell’amore e del servizio fraterno nell'obbedienzaSan Benedetto quando si è deciso alla rottura col mondo, nell'impeto di una radicale conversione a Dio, non ha esitato a gettarsi nella solitudine e nella rinunzia più spaventosa; ma forse proprio per questa dura ed eccezionale esperienza, ispirata senza dubbio da una chiamata straordinaria, pur non chiudendo del tutto la porta alla vocazione eremitica (a chi però si è maturato e addestrato all'interno di una comunità di fratelli, cfr RB, 1), ha fatto poi una chiara scelta in favore della «fortissima razza dei cenobiti» che vivono insieme «sotto una Regola e un Abate" (ivi), e insieme apprendono gli uni dagli altri «l'arte spirituale» (ivi,4) che comporta notevoli prove, combattimenti e forza d'animo per perseverare fino alla fine.
E' vero che S. Benedetto - pur grande ammiratore e imitatore in un primo tempo dell'eroica ascesi così rinomata del primitivo monachesimo orientale - ne ha notevolmente mitigate i rigori in quasi tutti i campi, dal vitto, al sonno, alla misura della preghiera («in comunità ci si attenga al criterio della brevità», RB, 20); ma a parte certi punti specifici su cui resta rigorosissimo (per es. sul vizio della proprietà privata, ivi, 33. 55; sull'attaccamento alla propria volontà che bisogna perfino «odiare», ivi, 4. 5. 7, ecc.), egli si mostra qui, da buon romano, il grande genio pratico che ha i piedi per terra, che comprende benissimo di trovarsi nel suo secolo, in un ambiente del tutto diverso per clima, mentalità, forze fisiche e spirituali.
Perciò si mostra relativamente largo, di mente e di cuore, per quanto riguarda le pratiche ascetiche esteriori, ma molto attento ed esigente sul piano interiore e per quanto riguarda il quotidiano contatto coi fratelli. La vita comune infatti va spesso ben oltre, in fatto di penitenza, all'ascetismo orientale di stampo piuttosto individualistico e talora spontaneistico, con forti tendenze a una «contemplazione», non di rado avulsa dalla realtà umana e concreta, se non venata di platonismo in certi casi.
San Benedetto dunque organizzando il capolavoro della sua comunità fraterna, (in questo aiutato molto dall'insegnamento e dal modello già offerto in Occidente da Sant’ Agostino, il «Dottore della carità») non pensa affatto al monaco «cercatore di Dio» avviato per una strada qualsiasi, ma a uno che fin dall'inizio sceglie di appartenere «stabilmente» (di qui addirittura l'impegno di «stabilità», cfr RB, 58) a una determinata famiglia spirituale tutta illuminata dai due grandi valori dell'obbedienza e della carità fraterna. Di qui l'importanza dei passi ben graduati e ponderati (descritti nello stesso c. 58) con cui il novizio sceglie ed è scelto dalla fraternità per un legame definitivo, sigillato poi e assunto dentro lo stesso Mistero di Alleanza che il Cristo contrae con la comunità ecclesiale ed eucaristica.
Da quel momento si vive in un regime di scambio completo: il monaco benedettino non si sente donato a Dio soltanto, per crescere nella direzione dell'unione verticale, ma se di non poter raggiungere in maniera autentica quella unione, se non accogliendo il dono e facendosi dono a tutti i membri delle comunità fraterna, inclusa la paternità dell'Abate. Verticalità (Ascolto, Opus Dei...) e orizzontalità s'incontrano perfettamente e si armonizzano in un equilibrio ammirevole e forse insuperabile nella sintesi benedettina che, si può dire, ha apportato al vecchio modello monastico precedente, spesso ristretto e rinchiuso su di sé, proprio questo completamento così ecclesiale ed evangelico, oltre che umano.
La grande norma di comportamento che regola ora tutti i rapporti fraterni, è espressa da un insistente:sibi invicem e sub caritate, cioè l'aprirsi nell'amore e il rapportarsi costantemente molto più agli altri che a se stessi e al proprio giudizio, comodo o tornaconto. Da capo a fondo della Regola perciò si sente risuonare: i fratelli si servano a vicenda (o a gara) nella carità (c. 35 bis. 36. 38); si stimino e si onorino, anzi si prevengano nell'onore reciproco (ivi, 4. 63. 72); si ascoltino volentieri gli uni gli altri, fosse pure il più giovane, capace anche lui di dare un migliore consiglio all'Abate e alla comunità (3. 64. 65); si obbediscano a vicenda (71. 72 -7 l'intera capitolo 71 è dedicato al bonum dell'obbedienza esercitata tra fratelli, dopo quella dovuta all'Abate ovviamente); si amino reciprocamente e castamente con affetto fraterno (72), pronti però a usare carità perfino verso dei fratelli che fossero ostili o falsi (4. 7); sopportino di buon animo gli uni verso gli altri tutte le debolezze fisiche o morali (4. 72); si perdonino a vicenda e si riconcilino ogni giorno prima che tramonti il sole, badando a non scambiarsi mai una pace falsa (4. 13. 63); siano pronti a prestarsi vicendevole aiuto nei vari lavori in cui si trovano impegnati (31. 35. 53. 66); sappiano consolare il fratello addolorato (4), e in via normale si esortino e si edifichino a vicenda (22. 38. 47).
Una casa così «sapientemente ordinata» (53), dove «nessuno dovrebbe sentirsi turbato o rattristato» (31. 48), anzi dove ognuno si sente accolto, ascoltato, valorizzato, sostenuto da tutti purché faccia altrettanto verso i suoi fratelli, non è solo una «casa di Dio» (31. 53. 64), ma anche una «caso dell'uomo» dove sino in fondo e a ogni riga si può dire si rivela l'umanesimo benedettino. Questo però si completa, anzi viene coronato dalla più pura visione evangelica, dove Dio stesso manifesta il suo amore inaudito per l'uomo.
Per questo se nei criteri e nei costumi del mondo, sono i ricchi e i potenti che attirano più attenzione e onore e premure, oppure sanno farsi valere da sé, nel monastero le cose si capovolgono, le preferenze non vanno a questo tipo di persone, ma al contrario su tutto domina e fa legge la infirmitatum consideratio, cioè al centro - ante omnia et super omnia, come enuncia la Regola - stanno i deboli, gli infermi, i bisognosi, i poveri, i vecchi, i bambini (34. 36. 37. 53. 55). Tutta la comunità, dall'Abate all'ultimo membro, è impegnata e mobilitata nell'attenzione e nella cura premurosa verso chi ha più bisogno, anche nel caso se ne sentisse il peso e il fastidio.
Tra questi «infermi» si possono considerare anche i fratelli colpevoli, magari già puniti o «scomunicati», come si diceva allora ispirandosi alla prassi penitenziale vigente nella Chiesa antica. Su questa categoria San Benedetto ha scritto un gruppo di capitoli (23-30. 44-46) che letti con la mentalità moderna mostrano senza dubbio nel linguaggio e in alcuni particolari la distanza del tempo che ci divide da quell'epoca, ma compresi più a fondo rivelano al di là della scorza tanta saggezza umana e soprannaturale, una grande finezza spirituale nella difficile terapia di chi si propone di guarire le anime, soprattutto si coglie anche qui l'invincibile carità del Buon Pastore evangelico. Più grave è la colpa e la pena corrispondente in cui è caduto e si dibatte il fratello vacillante, più si moltiplicano le cure per salvarlo, fino a inviargli degli occulti consolatori «perché non sia assorbito da eccessiva tristezza».
Il punto più alto forse in cui si può misurare la superiore sapienza benedettina nell'«arte delle arti di governare le anime», appare quando si scopre il posto preciso che occupa l'Abate al centro della comunità, come “padre del monastero” (33.49), perno intorno a cui gira tutto e a cui tutto a capo (vedi specialmente i cc. 2 e 64). Basta dire in sintesi che la Regola delinea una figura di Abate (certamente cavata più dalla vita che dai modelli letterari, perché la Regula Magistri ad es. si rivela piuttosto carente nel tener conto delle varie soggettività implicate nei rapporti orizzontali) il quale dovrebbe riuscire ad avere un rapporto autentico e appropriato con ciascun campione di umanità e di spiritualità che è presente nella schiera dei fratelli, senza contare le relazioni con l'esterno.
Per questo l'anziano e il giovane o il bambino con i loro particolari bisogni, l'ammalato e lo scomunicato, il forte che tende sempre a tirare in avanti e il debole o il pusillanime facile preda dello scoraggiamento (64), chi ha raggiunto una certa maturità e una finezza spirituale per cui basta un cenno o una parola, accanto a chi è duro per incapacità di comprendere o per ostinazione di volontà, il docile o l'indisciplinato o il turbolento e il ribelle; poi c'è tutta la serie degli «ufficiali» che coadiuvano l'Abate nel governo del monastero, dal Priore ai Decani (o consiglieri), al Cellerario (o economo), al Maestro dei novizi, a chi cura l'infermeria, la porta, gli ospiti, ecc.... Pur avendo grande autorità, l'Abate si dimostra saggio quando sa condividerle con molti collaboratori per farne dei veri corresponsabili (21. 46. 65), e quando sa ascoltare tutta le comunità (3. 65).
Con tutti questi e con ciascuno dei fratelli, l'Abate deve vivere il rapporto giusto, conoscendo indole e capacità, forze e limiti, dosando fiducia o cautela, incoraggiamento o richiamo, alternando la severità della legge con la comprensione della debolezza. E' qui che brilla la proverbiale «discrezione» benedettina, «madre di ogni virtù» (64). E se nella paternità di Dio c'è qualcosa di «materno», San Benedetto lo esige anche dall'Abate, che deve provvedere perché nel campo spirituale materiale nulla venga a mancare di ciò che ciascuno abbisogna (32. 33. 34. 55), facendo perfino attenzione che «gli abiti siano di giusta misura» (55).
E' su questo sfondo in cui si armonizza sempre l'umano con l'evangelico, che San Benedetto risolve il problema così delicato oggi nella Chiesa e nella società del rapporto autorità-obbedienza. Evidentemente se tutto resta sul terreno meramente giuridico di poteri e diritti e obblighi da misurare e da difendere, da affermare o da contestare per salvare un proprio spazio di libertà o di affermazione di sé in contrapposizione a chi impone o difende una legge, non se ne andrà mai fuori.
Una comunità laboriosaImpiantato nella più solida tradizione monastica, ripensata però personalmente per attingere alla più pura linfa evangelica, il Patriarca cassinese è già apparso col suo umanesimo realista che conosce tutte le pieghe del cuore umano, nelle sue debolezze e nei suoi slanci, nei suoi valori positivi come nei suoi difetti, senza esentare da questo la persona stessa dell'Abate, pur rivestito di tanta autorità se visto in luce soprannaturale. Ma i piedi per terra il nostro Santo li mostra con un altro tratto famoso che ha fatto coniare la sintesi notissima, applicata al suo Ordine anche a livello popolare: ora et labora.
Se la frase non risale materialmente a San Benedetto, e nemmeno può pretendere di esprimere tutta la ricchezza del suo ideale monastico, quale risulta dal discorso svolto finora, bisogna riconoscere che coglie due perni essenziali della classica vita benedettina. La giornata del monaco infatti secondo la RB (cfr spec. c. 48) viene divisa quasi pariteticamente fra lectio divina, opus Dei e labor manuum in un'alternanza sapiente, ben regolata e dosata.
Non solo il concreto lavoro manuale viene ammesso in antitesi con la viltà antica greco-romana che lo assegnava soltanto agli schiavi con tutti gli onori, pur senza esclusivismi, ma viene privilegiato, specialmente dove la situazione del luogo o della stagione o della povertà effettiva esige la dura fatica dei campi. Il Santo ammonisce qui di non rattristarsi per questo, ma anzi di ricordare che «allora sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro meni, come i nostri padri e gli Apostoli, però (e qui fa capolino l'abituale discretio) tutto si faccia con moderazione, per riguardo ai più deboli» (ivi, 48).
Il Padre del monachesimo occidentale è convinto che senza un serio impegno di lavoro, non si costruisce né la comunità, né l'uomo, né il vero «spirituale» quale dovrebbe essere il monaco. Anche qui il Nostro, pur dotato personalmente di doni mistici e carismatici tra i più elevati, stando alla testimonianza di S. Gregorio papa (cfr spec. II D, 35), non mostra la tendenza di evadere verso le nuvole di una mistica contemplativa di stampo più o meno platonico (a cui era invece sensibile uno dei suoi maestri e modelli, come Cassiano, influenzato dall'Oriente).
Così pure non si arresta al solo aspetto ascetico penoso del lavoro, per evitare in negativo i pericoli dell'ozio, come spesso era avvenuto nelle tradizione anteriore, ma pur confermandone alcuni valori ormai acquisiti, egli costruisce una sintesi nuova che, si può dire, non resterà senza influsso su tutto il corso della civiltà occidentale. Per questo il lavoro invece che elemento accidentale-accessorio, diventa uno dei pilastri portanti della sua concezione umano-cristiana, fa parte ormai della fisionomia tipica del monaco, della comunità, dell'uomo nuovo che deve sorgere dalle rovine del mondo antico.
Naturalmente è l'Abate che commisura il lavoro alle forze e alla capacità di ciascuno. Salvo l'impotenza per età o malattia, tutti, anche i deboli, devono essere occupati in qualcosa che sia adatto a loro e li faccia sentire utili. Nemmeno alla domenica i fratelli devono restare oziosi se in qualche caso non sono in grado di applicarsi intensamente alla lettura sacra (RB, 48). Se poi c'è chi ha delle capacità artistiche li, viene valorizzato per il bene comune, purché eserciti la sua arte con umiltà, cioè con spirito disinteressato di servizio e nell'ubbidienza, in modo che giovi alla sua crescite umana e spirituale, non alla vanagloria e all'avidità di lucro. E ciò vale per questa come per ogni altra vendita da parte del monastero, «affinché (chiude meravigliosamente questo apposito capitolo) in tutto sia glorificato Dio» (ivi, 57).
Il monastero dunque oltre che «scuola e casa di Dio», viene chiamato anche «officina», sia pure per l'«arte spirituale» e «gli strumenti delle buone opere» che vi si impiegano e hanno prevalenza su tutto (ivi, 4), però insieme è concepito come entità economicamente autosufficiente, provvisto quindi di tutti i servizi e l'attrezzatura necessaria (cucina, orto, cantina, mulino, forno,... ivi, 32. 46. 56).
Se si pensa allora a una comunità laboriosa, ordinata, serena, come la vuole il grande legislatore e geniale organizzatore, dove tutti sono a servizio di tutti e ogni talento viene riconosciuto e valorizzato per il bene comune, è facile trovarvi, con la gioia del creare, la promozione generale della persona che può realizzare pienamente se stessa sul piano umano e spirituale, mentre le comunità, sviluppando la collaborazione nel servizio e nell'interdipendenza reciproca, cresce nell'unità interiore e insieme nell'efficienza pratica.
E' naturale infatti che mettendo all'opera tante energie e capacità, aumenti pure la produzione economica ( finché c'è fervore evangelico non si capitalizza, ma il di più va ai poveri ), insieme però migliora anche la qualità del lavoro, dei metodi di cultura e di produzione, degli strumenti e attrezzi necessari da trattarsi «come vasi sacri dell'altare», ammonisce le Regola c. 31, perciò diligentemente conservati e inventariati (ivi, 32. 35. 55). E tutto questo non va a beneficio esclusivo della comunità monastica, ma altrettanto delle popolazioni circostanti, la cui cerchia si allargherà sempre più con l'andar del tempo.
Intanto si abbellisce e anche si amplia in «casa di Dio» dove il monaco ha da passare tutta la sua esistenza, si accrescono le esigenze del culto, della biblioteca, della cultura, degli scambi di ogni genere, insomma il monastero diventa un centro dinamico che attira e irradia sempre più la sua influenza in tutti i campi.
Ecco come, mentre il vecchio mondo si disfaceva incapace di rigenerarsi, e sulla scena apparivano i nuovi popoli calati dal Nord con le successive invasioni, la Provvidenza aveva preparato uno dei costruttori dei tempi nuovi. Questi infatti non ha ripetuto i modelli monastici pur gloriosi che l'avevano preceduto: col suo intuito ha capito anche qui che la situazione esigeva soluzioni nuove, e ha offerto il suo programma semplice e profondo dell'ora et labora, comprensibile a tutti e accessibile a tutti, sostenuto e vivificato dall'esempio, ancora più parlante e convincente, di una autentica comunione fraterna.
E davanti ai superstiti del vecchio mondo come alle genti nuove, è facile immaginare che cosa poteva significare questa «piccola società ideale, dove finalmente regna l'amore, l'obbedienza, l'innocenza, la libertà dalle cose e l'arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace in una parola, il Vangelo» (Discorso di Paolo VI° a Montecassino, 1964).
Per sua natura il Patriarca di Montecassino è l'uomo dell'ordine e della disciplina, dell'impegno serio e non dilettantistico, ma non ama il legalismo stretto e soffocante (difetto in cui cade spesso con la sua minuziosità la Regula Magistri), né le costrizioni esteriori: all'eremita Martino che per essere sicuro di mantenersi fedele si era legato con una catena di ferro alla roccia, il Nostro manda a dire: «Non sia la catena di ferro a tenerti, ma la catena di Cristo» (III D, 16).
Se il monastero benedettino perciò è costruito generalmente in disparte e con un regime adatto al suo scopo, resta vero che esso,da una parte ha attinto ispirazione, dall'altra ha voluto essere in se stesso (per quanto è possibile) una realizzazione esemplare del modello costituito da una famiglia sana, da una società che sia fatta sulla misura e a servizio dell'uomo, da una Chiesa permeata dalla linfa evangelica e il più vicino possibile alla fisionomia della primitiva comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli.
Di qui il proverbiale «spirito di famiglia» della comunità benedettina,compresa la «stabilità» al suo interno e il vero senso di una paternità spirituale alquanto distinta dall'autorità giuridica, la «società ideale» (Paolo VI°) che vi appare per i rapporti umani e l'organizzazione del lavoro; infine il monastero «piccola Chiesa» in miniatura, com'era chiamato tradizionalmente per esprimere un concetto sempre valido.
In realtà a ben pensarci tutta la Chiesa è una comunità dell'ascolto, nella fede, della Parola di Dio da cui dovrebbe vivere in continua dipendenza così come il monaco; tutta la Chiesa è una comunità di preghiera, di lode, di «eucaristia», quando rivive il mistero salvifico di Cristo riunita intorno all'altare o nell'anno liturgico o nella Liturgia delle Ore definita perciò «pubblica e comune orazione del popolo di Dio» all'inizio del testo ufficiale che la introduce; tutta la Chiesa è una comunione di amore e di servizio fraterno, ed è tanto più vicina al Vangelo quanto più sa mettere al centro (come nella RB) i più poveri e i più deboli in tutti i sensi.
Anche la società e la famiglia possono trovare in tanti tratti «umani» dell'ideale e della realizzazione benedettina un modello e una fonte perenne di ispirazione, per esempio nel concepire il lavoro e la produzione non finalizzata unicamente al profitto materiale ed egoistico, ma per la vera crescita dell'uomo e di una società più giusta e fraterna.
Appare sempre più chiaro allora che l'esodo giovanile di Benedetto dalla Roma decadente e il «recinto» che egli costruisce col suo monastero appartandosi alquanto dal mondo, solo apparentemente è un estraniarsi dalla Chiesa e dalla società circostante, in cui difatti si reinserisce ben presto con un aiuto e un sostegno ben più valido e duraturo, a tutti i livelli. Come in tutte le opere umane, ci sono ovviamente dei limiti sia storici sia propri di un'istituzione particolare, ma non è un caso che il Nostro sia stato riconosciuto e proclamato proprio in un'epoca così critica e demitizzante come quella attuale, Padre e Patrono d'Europa. Evidentemente sono in gioco dei valori profondi e intramontabili, come ha riconosciuto e ribadito a più riprese Giovanni Paolo II nelle ultime celebrazioni centenarie.
Il valore primario e fondamentale è senza dubbio quello che il Santo fu in se stesso (e dovrebbe essere ogni suo figlio), cioè «un uomo di Dio», secondo la designazione abituale di S. Gregorio M., un cercatore, un testimone dell'Assoluto e dei veri beni del Regno. Si tratta di una realtà ancora attualissima in un mondo che ha smarrito questa dimensione dell'essere per gettarsi tutto nel fare, nel possedere, nel godere, generando così inquietudine, tensioni, conflitti di ogni genere.
San Benedetto invece è uomo di pace,secondo il motto benedettino classico che è PAX, com'è noto: un uomo pacificato con Dio, con se stesso, con gli altri, perfino con la natura e gli animali, come rivelano certi tratti della sua vita e i ritmi distribuiti nell'ordinamento quotidiano della sua Regola. Un uomo così pacificato e unificato nell'essenziale, diventa naturalmente un pacificatore e un ordinatore sapiente di vita comunitaria e fraterna, di collaborazione costruttiva a livello di vita spirituale e umana, compreso il settore del lavoro.
«L'uomo di Dio» è naturalmente un esperto della preghiera in tutte le sue forme, un grande intercessore che porta nel cuore tutti i bisogni e le sofferenze della Chiesa e degli uomini che gli stanno intorno. Lo attestano innumerevoli episodi della sua vita, bisogni e pene che spesso lo spingono a diventare quasi suo malgrado taumaturgo, operando miracoli anche quando non vorrebbe o se ne sente indegno.
Soprattutto desta meraviglia come un «separato dal mondo» e un fondatore di monasteri nella solitudine di Subiaco o sull'alta rocca di Montecassino, in realtà tanto nella sua vita quanto nella sua Regola riveli una rete fittissima di fili che lo tengono legato sia alla lunga catena della tradizione precedente (classica- biblica patristica-monastica- liturgica), sia alla concreta realtà ecclesiale, culturale, sociale e politica del suo tempo. Quando organizza la sua liturgia monasteriale Opus Dei, in RB, 8-20), egli lo fa con spirito del tutto libero e creativo, attingendo sia alle forme in uso nel monachesimo orientale (per es. sul numero dei Salmi sia al cursus della liturgia romana, sia alle particolarità della liturgia milanese (cfr «l'inno ambrosiano»; vedi RB, 9. 13. 18, ecc.).
La sua Regola è intrecciata e sostenuta da un ricco substrato di citazioni e allusioni bibliche, con netta preferenza per la sintesi spirituale concentrata nel Salterio e per la pura linfa delle pagine evangeliche, più S. Paolo. D'altra parte S. Gregorio ci presenta il suo eroe (con un tema di antiche risonanze) «ripieno dello spirito di tutti i giusti», e vuol dire che rivivono in lui, proprio in quanto vir Dei, i più grandi personaggi della storia biblica, come dimostra poi con vari concreti paralleli (II D, 7-8).
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