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Perché cercate tra i morti Colui che vive?Cosa ha significato per Gesù la conclusione della sua esistenza terrena?
E noi cristiani, che viviamo protesi verso di Lui, come percepiamo e testimoniamo questa realtà?
Siamo il profumo della sua presenza viva, o l'emblema di una vita rassegnata e triste?
Vi offro due riflessioni, davvero evangeliche,la prima di Maggi Alberto e la seconda di Fausti Silvano.
HANNO DIMENTICATO IL PROFUMO
(Gv 12,1-8; 19,38-42; Mc 14,3-9)
Si sono dimenticati di portare il profumo.
Hanno pensato solo agli aromi. Cinquanta chili, tra mirra e aloe, ne ha portati quell'esagerato di Nicodemo e per imbalsamare Gesù.
Ma il profumo, che Gesù aveva chiesto di conservare per la sua sepoltura, se lo sono dimenticato.
Era il "nardo puro, di gran valore" (Gv 12,3) con cui Maria, sorella di Lazzaro, profumò la casa come ringraziamento per il dono della vita comunicata a suo fratello. Questo profumo, che aveva riempito la casa era espressione della vittoria della vita: al fetore irrimediabile della morte, che Marta temeva per suo fratello,s'oppone il profumo della vita, perché la comunità ha sperimentato la vittoria sulla morte.
Il nardo è un profumo esageratamente costoso: quanto un anno di lavoro di un operaio.
Eppure Maria lo versa: il dono della vita sorpassa ogni prezzo!
Solo Giuda protesta. E' un ladro, che ha scelto come proprio dio, il denaro. Lui anziché dare, toglie. Per questo è già morto e non tollera il profumo della vita.
Nel vangelo di Marco l'omaggio di questo profumo per Gesù talmente importante da essere l'unico avvenimento della sua vita che chiede espressamente di far conoscere al mondo intero.
Gesù non chiede di raccontare delle guarigioni, dei prodigi, dei discorsi. Chiede che sia fatto conoscere ovunque questo profumo, il profumo della vita capace di superare la morte: "In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei"
(Mc 14,9).
Gesù chiede di conservare questo profumo perché quando arriverà il momento della sua morte, lo usino di nuovo, dimostrando così di credere ancora alla vittoria della vita sulla morte.
Nonostante questa raccomandazione, questo profumo non verrà conservato. Vanno al sepolcro con mezzo quintale di aromi per imbalsamare Gesù, per ritardare il più possibile gli effetti della morte: non hanno creduto che il datore di vita possedesse in sé la pienezza della vita.
Il profumo di Betania era un omaggio a Gesù vivo, gli aromi di Nicodemo a Gesù morto. Là era espressione della fede nella vita capace di vincere la morte. Qui omaggio a un cadavere. Là fu sparso dopo aver slegato Lazzaro dalle bende della morte. Qui serve per legare strettamente Gesù nelle fasce della sepoltura.
Se avessero conservato il profumo di Betania! Avrebbero dimostrato di credere nella vita che è più forte della morte.
E i cristiani, come celebrano la risurrezione del Signore? Portano anch'essi gli aromi per imbalsamare Gesù? Per celebrare un rito, in ricordo della sua risurrezione, incensando stupiti un sepolcro vuoto, o hanno ancora l'inestimabile profumo di una vita capace di superare la morte? Se tutta l'attenzione dei credenti è centrata a celebrare un sepolcro vuoto o a stupirsi di questo fatto e non a un incontro con Gesù, vivente e vivificante, anche essi corrono il rischio di imbalsamare Gesù.
Si può imbalsamare Gesù qui in terra, come hanno fatto Nicodemo e le pie donne, ma lo si può imbalsamare anche in cielo, dove Gesù, profumato d'incenso, avvolto nelle bende di un rito, viene spedito, per restare seduto alla destra di Dio. Un Cristo risuscitato e glorioso, si, ma lontano dagli uomini e dalle loro pene quotidiane.
"Perche cercate tra i morti colui che è vivo?" (Lc 24,5). Ecco il grido che sveglia, che scuote la comunità dei credenti. Gesù è vivo. E non è lontano, è in mezzo agli uomini ("Io sono con voi tutti i giorni", Mt 28,20) e collabora con essi ("II Signore operava insieme con loro",
Mc 16,20) alla realizzazione del regno di Dio, quel mondo dove ognuno si prenda cura del benessere e della felicita dell ' altro.
Per questo l'unica prova della risurrezione di Gesù non sta in un sepolcro vuoto, ma in una comunità dove nessuno sia bisognoso:"Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso" (At 4, 33-34).
La morte di Gesù può essere vista sotto vari aspetti.
Il primo è il fatto che Gesù, mortale come ogni uomo, vive questo evento naturale in modo nuovo: come ritorno del Figlio al Padre. Noi invece, che ignoriamo di venire dal Padre e di tornare a lui, la percepiamo come separazione e privazione della «nostra» vita. Non accettando di essere figli e volendo essere principio di noi stessi, avvertiamo la morte come la fine di tutto ciò che noi siamo. Per questo, nell'inutile tentativo di salvarci da essa, siamo suoi schiavi per tutta la vita (cf. Eb 2,14s). La paura di perderci ci chiude in noi stessi: ogni nostro rapporto non è più di amore, comunione e dono, ma di egoismo, violenza e distruzione. Questo è «il peccato» che sta all'origine dei nostri mali e che Gesù disinnesca, vivendo la morte non come la fine di tutto, ma come il ritorno al Padre della vita.
Il secondo aspetto è il fatto che Gesù non muore, ma è ucciso in nome di Dio, perché ha testimoniato un Dio altro da quello che noi pensiamo. Egli è «il» Figlio di Dio che ci mostra il vero volto del Padre, che è amore e servizio, perdono e salvezza per ogni perduto. All'origine della sua uccisione c'è l'ignoranza di Dio come Padre e di se stessi come figli. Infatti chi ignora il Padre, non accetta di essere figlio e uccide sé come figlio, gli altri come fratelli e, alla fine, lo stesso Figlio. La croce è il punto d'arrivo del «peccato del mondo»: è la consumazione ultima del male, oltre cui è impossibile arrivare. Che si può fare di peggio che uccidere il Figlio stesso di Dio?
Il terzo aspetto è il fatto che, proprio in questa uccisione perpetrata dagli uomini, il Figlio rivela chi è Dio e che lui stesso è Dio. Dio non è, come pensava Adamo, invidioso della sua vita e antagonista della sua libertà, padrone potente che condanna quanti non si sottomettono a lui. Quel Dio che nessuno mai ha visto, ce lo racconta il Figlio unigenito (1,18): è amore assoluto, che porta su di sé il male dell'uomo che ama, sino a far dono della sua vita a chi gliela toglie.
Solo dalla croce conosciamo veramente «Io Sono»; ogni altra conoscenza di Dio è idolatrica. La croce, stoltezza e debolezza agli occhi del mondo, è sapienza e potenza di Dio a salvezza di ogni uomo (cf. 1Cor 1,18 25). Essa sdemonizza definitivamente la nostra immagine di Dio, purificandolo da ogni nostra proiezione; gli restituisce la sua identità, mostrando, in modo palese e inequivocabile, la sua essenza profonda: amore incondizionato, più grande di ogni violenza e morte La croce, abisso di male senza limiti, è l'unico contenitore capace di accogliere quel bene infinito che è Dio. Punto d'incontro tra la nostra resistenza e la sua benevolenza, essa rivela la verità di «Io Sono», il Dio che libera dalla schiavitù e dall'esilio (cf. Es 3,14 16; Is 43,10).
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